L’antifascismo va tenuto vivo promuovendola cultura della democrazia e della solidarietà

di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci 
Da sempre pensiamo che nel nostro Paese questione sociale e questione democratica sono strettamente  intrecciate. E che il decadimento di questo intreccio si manifesta in forme morbose e disgreganti.
L’intensificazione di un cedimento a tendenze xenofobe e pulsioni demagogiche a cui assistiamo in particolare negli ultimi mesi, e che siamo impegnati a contrastare, è una delle manifestazioni più evidenti di questo degrado. Il risultato è una dinamica da guerra tra poveri, su cui si fiondano come avvoltoi speculatori e specialisti della paura che soffiano sui fuochi del disagio e del rancore. E alla fine succede che a intensificarsi è l’agibilità politica dei gruppi fascisti e neofascisti, magari in competizione tra loro.
La sequenza dell’ultima settimana è particolarmente eloquente, considerando la quantità di segnali morbosi che ha lanciato. Dall’esposizione di simboli nazisti in una caserma dei carabinieri al blitz di Como, fino al tentativo di intimidazione della libertà di stampa a Roma sotto la sede del gruppo L’Espresso e alla promessa di perseverare. Alcuni giorni fa i fatti di Ostia. Il livello di allarme è alto.
Spesso i nostri Comitati, i nostri circoli, organizzano in maniera spontanea presidi, manifestazioni, con l’urgenza che sentono di opporsi a questi fenomeni e di raccontare alla popolazione i valori che devono guidare  uno Stato democratico. Crediamo sia necessario esserci. Quello che continua a mancare è l’attenzione. La cultura mainstream e la classe intellettuale di questo Paese hanno da molto tempo abbandonato (con  qualche lodevole eccezione) il tema dell’antifascismo, derubricandolo ad un aspetto residuale della contemporaneità. Ma, per quanto ci riguarda, ovviamente andremo oltre. Perché pensiamo che sia necessaria un’opera permanente. La situazione non è da sottovalutare, viene dal profondo e da lontano, e si ricollega ad un’onda che travalica i nostri confini. Era il 2014, tre anni fa, quando Casa Pound a Roma bloccò l’accesso a scuola di alcuni bambini rom. Nelle ultime tornate elettorali le liste di Casa Pound hanno registrato in alcuni casi consensi ampi. Qualche settimana fa in Polonia si sono riuniti a decine di migliaia militanti di estrema destra da tutta Europa.
P
er questo proseguiremo il nostro lavoro di iniziativa antifascista e la costruzione di azioni unitarie. Consapevoli che l’antifascismo è innanzitutto una cultura diffusa della democrazia e della solidarietà che va curata continuamente e che per restare solida e rigenerarsi deve svilupparsi su più piani.
Deve esserci l’impegno delle istituzioni attraverso politiche sociali in grado di agire sul disagio e sulle disuguaglianze e una azione di contrasto a fenomeni di violenza e intimidazione. E il mondo delle forze politiche dev’essere  più attento a chi si ostina a minimizzare riducendo tutto a bravate isolate. Qui sì che si gioca la tenuta democratica del paese, tanto evocata nei mesi scorsi.
Deve esserci una continua azione culturale. I provvedimenti repressivi, seppur giusti, alla lunga non serviranno se non li inseriamo in una strategia più ampia.
L’antifascismo è alla base della nostra Repubblica e della nostra Costituzione e ogni giorno l’Arci continuerà a raccontarlo, a tenerlo vivo e diffuso.


ArciReport numero 38, 7 dicembre 2017

Manifestazione antifascista in Piazzetta della Misura

L’Arci Forlì esprime il più totale sdegno per quanto accaduto l’8 dicembre in Piazzetta della Misura. Dei militanti appartenenti a Forza Nuova si sono recati armati di bastoni in piazza e hanno aggredito alcuni degli attivisti che si trovavano lì per un presidio antifascista. 
Esprimiamo solidarietà a Gianni Cotugno, agli attivisti presenti e ai commercianti che si sono trovati coinvolti nell’aggressione. Quanto è accaduto è inaccettabile, un episodio che si inserisce in un clima nazionale in cui l’escalation di violenza e atti intimidatori da parte di gruppi che si rifanno apertamente al fascismo non può più essere sottovalutato.
Lo stesso giorno in cui a a Como si è svolta la manifestazione antifascista in risposta agli atti contro “Como senza frontiere”, ed è di pochissimi giorni fa la notizia del blitz di fronte la sede di Repubblica.
E’ necessaria una risposta adeguata, è necessario che le istituzioni intervengano con fermezza ma è altrettanto necessaria una condanna ferma e unanime da parte della società civile non solo ai singoli atti ma all’intero sistema culturale che li legittima.

Di fronte a quanto accaduto i sindacati e le associazioni antifasciste del territorio hanno organizzato una manifestazione che si terrà lunedì 11 gennaio in Piazzetta della Misura.


Di seguito il comunicato condiviso

Oggi come Ieri Antifascismo Permanente

Giovedì 8 dicembre a Forlì in Piazzetta della Misura militanti di Forza Nuova si sono presentati armati di bastoni; tali fatti fanno seguito ad altre azioni intimidatorie in tutta Italia e non riguardano più una storia passata ma l’attualità della vita democratica del nostro Paese e dell’Europa.

Di fronte a questi gravi episodi Cgil, Cisl e Uil e tutte le realtà antifasciste e democratiche chiamano tutti i cittadini ad una manifestazione antifascista, che si terrà Lunedì 11 dicembre alle ore 18,00 concentramento presso Piazzetta della Misura a Forlì, corteo per le vie cittadine che si concluderà in Piazza Ordelaffi di fronte alla Prefettura, per difendere la Costituzione.

Invitano altresì i Consigli Comunali del nostro territorio ad assumere regolamentazioni simili a quelle già approvate nei comuni di Cesena e Santa Sofia, volte a impedire le manifestazioni neofasciste nelle nostre piazze.

Cgil, Cisl e Uil chiedono di fare chiarezza sui fatti, affinché episodi simili non abbiamo a ripetersi mai più.

Hanno già aderito:

ANPI

ARCI

LIBERA

FORLI’ CITTA’ APERTA

COMITATO DIFESA DELLA COSTITUZIONE

UNIONE DEGLI UNIVERSITARI

LINK STUDENTI INDIPENDENTI

UNIONE DEGLI STUDENTI

ASSOCIAZIONE MAZZINIANA ITALIANA

FONDAZIONE LEWIN

ASSOCIAZIONE LUCIANO LAMA

ISTITUTO STORICO DELLA RESISTENZA

CSENO

GRUPPO GIOVANI LGBT+ Faenza

IL CENTRO PACE “Annalena Tonelli” di Forlì 

THE SUBWAY WALL

BARCOBALENO

PASSIONINMOVIMENTO

PRESIDIO LIBERA FORLIMPOPOLI

BARCOGAS – Gruppo d’acquisto Solidale Forlimpopoli 

FORLIMPOPOLI CAMMINA

LESTORDITE

UNIONE SINDACALE ITALIANA (Usi-Ait)

CDC e LeG Rimini e Ravenna 

VoceDonna di Castrocaro Terme e Terra del Sole 

Con Tatto Forli

Rete degli Studenti Medi Forlì 

Rete degli Studenti Medi Cesena

Rete Degli Studenti Emilia-Romagna

restano aperte le adesioni a tutti coloro che vorranno aderire al presente appello

La scelta del presidente Trump di spostare la sede dell’ambasciata Usa a Gerusalemme è grave e sconsiderata. L’Unione Europea e l’Italia si attivino per fargli abbandonare questa decisione

E’ grave e sconsiderata la decisione del Presidente Donald Trump di trasferire la sede diplomatica degli Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.
Un processo di pace che dura 50 anni – in cui tutte le dichiarazioni debbono essere misurate alla virgola – che già non godeva di buona salute, è ora gravemente compromesso da una dichiarazione che, ancora una volta, denota la straordinaria faciloneria e irresponsabilità con la quale l’attuale Amministrazione Americana si muove in politica estera.
Lo status internazionale di cui gode Gerusalemme, voluto dalle Nazioni Unite, tiene conto della sua peculiarità di città multireligiosa – essendo riconosciuta come Città Santa dai cristiani, dai musulmani, dagli ebrei – non può permettere a nessuno Stato di rivendicarla da solo come propria capitale, tantomeno da uno stato confessionale.
Il peggior incubo di tutti gli stati arabi si è realizzato, è una decisione che ridà fiato ai falchi e al fronte più conservatore della destra israeliana, può riaccendere una miccia di cui è difficile immaginare le conseguenze: lo stato di preallerta in tutte le ambasciate e i “tre giorni di collera” dichiarati dall’Anp sono solo l’inizio di una molto probabile escalation.
Chiediamo all’Unione Europea di adoperarsi con l’Amministrazione Usa – con tutti i mezzi negoziali a sua disposizione – perchè la boutade americana rimanga tale, perchè non dimentichi la risoluzione votata dal proprio Parlamento nel dicembre 2014 che ha riconosciuto lo Stato di Palestina e Gerusalemme come capitale sia dello stesso, sia dello Stato di Israele.
Chiediamo al nostro Paese di svolgere – in continuità con la propria storia diplomatica in Medio Oriente e in particolare nella questione Israelo Palestinese – il ruolo di facilitatore nella ripresa del dialogo tra i due Paesi e l’annullamento della prima tappa del 101° Giro d’Italia di ciclismo, inopinatamente collocata proprio nella città di Gerusalemme: lo sport può contribuire molto nella negoziazione di pace ma può fare anche molti danni in senso opposto. Auspichiamo quindi un immediato ripensamento da parte degli organizzazione del Giro d’Italia e del Coni.

Roma, 6 dicembre 2017

Non c’è pace senza disarmo

di Franco Uda, responsabile nazionale Arci Pace, diritti umani e solidarietà internazionale

Anton Čechov scriveva: «Quando in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari». La celebre frase dello scrittore e drammaturgo russo ben si adatta a essere un serio elemento di riflessione per i nostri giorni, fuori da qualsiasi metafora. È infatti solo un’illusione pensare che le armi possano avere avere una finalità diversa da quella per le quali sono state pensate e realizzate, quella di far fuoco. È un fatto intrinseco nella loro natura ontologica. Da qui parte la riflessione che a Oslo ha certamente spinto il Comitato per il Premio Nobel per la Pace ad assegnare il riconoscimento per il 2017 a ICAN (International Campaign for Abolishing Nuclear Weapons), la campagna internazionale per l’abolizione degli ordigni atomici, portata avanti da decine di organizzazioni della società civile di tutto il mondo. Un Nobel che premia un impegno quotidiano e capillare per il disarmo atomico come valore in sé e mette in chiara evidenza il disarmo come condizione necessaria per la pace. Altre sono state le fasi storiche in cui il potere deterrente degli arsenali ha – di fatto – cristallizzato pacificamente il pianeta. Oggi la follia ipertrofica di Kim Jong-un, leader dispotico della Corea del Nord, impone una escalation atomica e fa temere tutto il mondo per le possibili conseguenze, fino a far affermare all’ambasciatrice americana all’Onu che «ora la guerra è più vicina».
Il doomsday clock – l’orologio dell’apocalisse – che misura, secondo un gruppo di scienziati, il pericolo per la fine del mondo, continua inesorabilmente ad avvicinarsi alla mezzanotte. Dal Mar del Giappone al Mediterraneo il passo è però breve: la potente testimonianza degli Hibakusha – coloro che sopravvissero al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki – attraversa il mondo e giunge fino al mare nostrum, ormai caldissimo non solo per l’emergenza climatica ma anche per l’inestricabile coacervo di questioni che si tengono insieme, dai conflitti in atto alle migrazioni forzate. Dal conflitto israelo-palestinese – madre di tutte le questioni – la regione mediterranea è diventata uno degli epicentri mondiali delle crisi, con gravi ripercussioni nel rispetto dei diritti umani e nell’insorgenza di nuove forme di guerra asimmetrica. Anche qui l’enorme presenza di armi carica una bomba a orologeria che imporrebbe ben altra condotta ai governanti degli stati europei e della UE più in generale. Ma – si sa – una smisurata circolazione di armi significa soprattutto un grande affare nelle commesse internazionali e, in questa fase di crisi economica, il volano dell’export di armamenti fa fare spallucce ai Governi impegnati nella crescita del Pil e nella ricerca di un ruolo nell’accaparramento delle risorse energetiche e naturali di cui la regione è ricca. Così, in barba alla legge 185/90 che regola il commercio delle armi, il nostro Paese è in prima linea a foraggiare guerre nel Golfo di Aden, nella disponibilità a ospitare siti con ordigni nucleari e basi di addestramento di eserciti, nel destinare sempre maggiori risorse al riarmo. Ecco come la guerra entra nel bilancio dello Stato e diventa opzione politica, sottraendo risorse essenziali al welfare, alla sanità pubblica, all’istruzione. Per questo la pace non può che essere un progetto politico, per questo l’Arci sceglie la pace non solo come elemento identitario e della propria storia ma anche come asse portante del proprio programma associativo.


Fondo per l’Africa: le risorse per la cooperazione allo sviluppo usate per esternalizzare e militarizzare le frontiere

Con la legge di Bilancio, il MAECI ha istituito un fondo straordinario chiamato Fondo per l’Africacon una dotazione di 200 milioni di euro. Il  fondo, anziché finanziare soltanto azioni in favore delle popolazioni africane in difficoltà, prevede stanziamenti consistenti per interventi  di contrasto all’immigrazione e controllo delle frontiere. Parte di questi fondi sono inoltre transitati per i contenitore europeo dei Fondi Fiduciari, dando luogo a un sistema di vasi comunicanti – sia tra Italia ed Europa, sia tra ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione italiana e Ministero degli interni, sistema che rende difficile la tracciabilità dei fondi e il monitoraggio del loro utilizzo. L’esempio più esplicito è il fondo per il Niger: 50 milioni di euro che, transitando per il Fondo Fiduciario Europeo, vanno direttamente a rafforzare il budget strutturale di uno dei paesi più poveri al mondo. Con questi fondi il Niger s’impegna a creare nuove unità specializzate per il  controllo dei confini e nuovi posti di frontiera. Una militarizzazione delle frontiere che obbliga i migranti a uscire dalle rotte abituali, aumentando  il rischio d’incidenti e morti, trasformando così anche il deserto, come già il Mediterraneo,  in un cimitero a cielo aperto
Un altro esempio di distorsione delle risorse è quello della Libia, per la quale il MAECI stanzia 10 milioni di euro, gestiti dal Ministero degli Interni Italiano, che si aggiungono ad altri 2.500.000 euro destinati a  finanziare la riparazione di quattro motovedette assegnate alla guardia costiera libica, responsabile di operazioni violente di intercettazioni e respingimento dei migranti in mare.
Con la stessa logica 12 milioni di euro sono stati destinati al Governo Tunisino per acquisire mezzi di pattugliamento delle zone costiere (6 motovedette), un sistema di rilevamento delle impronte digitali, materiale di tele-radiocomunicazioni ed equipaggiamenti per il controllo marittimo e terreste finalizzati al contrasto del traffico di migranti e alla ricerca e soccorso in mare.
È evidente che l’uso dei fondi allo sviluppo per attività di controllo delle frontiere, con sistematiche violazioni dei diritti umani, rappresentano una palese negazione del principio di “cooperazione e dialogo” volto a favorire il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni che vivono in situazioni di disagio socioeconomico nel continente africane.
Per questi motivi è urgente e indispensabile modificare la destinazione d’uso di queste risorse previste nella legge di Bilancio 2018, per assicurarne il corretto utilizzo per attività di cooperazione allo sviluppo, come previste dalla legislazione italiana ed internazionale.
In allegato il documento di Arci e Arcs che verrà inviato al Presidente del Consiglio, al Ministro degli Affari Esteri e a tutti i parlamentari: documento_su_Fondo_Africa.doc

Roma, 24 novembre 2017


Contro la violenza sulle donne nessuna incertezza

La Presidenza nazionale dell’ARCI aderisce alla manifestazione nazionale del 25 novembre indetta da Nonunadimeno  a Roma (partenza piazza della Repubblica, ore 14.00) in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne.
La manifestazione di quest’anno mette al centro la risposta delle donne agli stupri e ai femminicidi quotidiani, alla violenza sessista nei posti di lavoro, alle molestie, alle discriminazioni e agli abusi di potere, allo sfruttamento e alla precarietà delle vite, ai ruoli di vittime o colpevoli che i giornali cuciono sui corpi delle donne e che i social media amplificano fino  al razzismo istituzionale.
Saremo a quella manifestazione, organizzeremo una  presenza a Roma dai territori e, nei giorni precedenti e successivi, nei territori i circoli e i Comitati ARCI promuoveranno presidi, incontri e dibattiti su questo tema.
Nei prossimi giorni lanceremo la campagna social  “Contro la violenza alle donne nessuna incertezza”, anche alla luce dei tanti “distinguo” che in questi mesi abbiamo sentito a proposito delle denunce lanciate da tante donne, dal mondo dello spettacolo a quello dello sport, dalla politica, dalle mura domestiche rispetto alle quali troppi alibi vengono addotti a giustificare una violenza che giustificabile non è.
Non vogliamo più che si descriva un fatto di violenza con un ”ma”: serve che l’opinione pubblica faccia fronte comune senza se e senza ma contro ogni violenza maschile alle donne.
Per questo questa manifestazione, insieme alle tante che svolgeremo nei territori sarà anche quella delle donne che si sono riconosciute nel #MeToo – Anche io ho subito violenza per trasformarlo in  #WeToogether – Noi Insieme e Unite possiamo vincerla.
Per sconfiggere la violenza sulle donne serve un cambiamento culturale radicale, ma manca anche  un piano programmatico efficace, condiviso sul territorio e non a macchia di leopardo, che vada dalla formazione nelle scuole sulle tematiche di genere, al finanziamento dei centri antiviolenza, molti dei quali sono invece costretti a chiudere per la mancanza di risorse.
Sono quasi 7 milioni le donne italiane che nel corso della loro vita hanno subito una qualche forma di violenza, fisica o sessuale. Uccise da mariti, fidanzati, spasimanti…ma anche vittime di uomini violenti, spesso per futili motivi. Sono numeri che ci dicono che si tratta di un fenomeno strutturale, troppo spesso condannato solo a parole ma tollerato nei fatti.
A ciascuna delle donne uccise – una ogni tre giorni secondo i dati Istat –  vogliamo dedicare il nostro ricordo, perché non vengano dimenticate. E alle tante donne violentate, maltrattate, vittime di stalking vogliamo far giungere la nostra solidarietà, anche scendendo in piazza.
Lo faremo insieme a tante altre donne, in tutto il mondo, il  25 novembre e non solo. Ogni giorno continueremo a dire il nostro basta alla violenza e a una cultura che ci colpevolizza per farci percepire come complici, per negare la nostra libertà e il nostro diritto all’autodeterminazione.
Perché la violenza maschile non ferisca e non uccida più. 

Qui il comunicato stampa 

Roma, 10 novembre 2017